Wednesday 19th December 2018,
IL DESTRO // Idee che ti mettono al tappeto

Rottamato

Rottamato

di Alessandro Nardone – Chi pensa che la cosa mi faccia piacere si sbaglia, e anche di grosso. Prenderanno un granchio grande quanto una casa anche coloro i quali tenteranno di buttarla sulla coerenza, abilissimi a pigare un principio così alto ad i loro usi e consumi di piccolissimo cabotaggio. Coerenti a targhe alterne, ça va sans dire. Va beh, problemi loro. Che il progetto del Popolo della Libertà sia miseramente fallito, mi dispiace eccome. D’altra parte scripta manent e, quindi, siccome intendo sgombrare immediatamente il campo da qualsivoglia mistificazione, invito i poco informati a fare un paio di cosucce.

La prima è di leggersi il mio secondo libro, il cui titolo credo sia di per sé stesso piuttosto esplicativo “La destra che vorrei – I rottamatori del Pdl e la fine del berlusconismo”; la seconda, più semplice e certamente meno noiosa, è di cercarsi i tanti articoli che scrissi a quel tempo, attraverso i quali cercai di dare il mio modestissimo ed umilissimo contributo alla nascita di un grande partito di centrodestra, all’interno del quale, in ottica presidenzialista e bipartitica, potesse essere effettivamente rappresentata la sintesi tra la tradizione liberale di stampo forzista, ed i valori di destra rappresentati – anche se, negli ultimi tempi, in maniera assai edulcorata – da Alleanza Nazionale.

Ma non è tutto perchè, udite udite, il sottoscritto parla di “ricambio generazionale” da almeno un lustro prima che il termine finisse alla ribalta grazie a Matteo Renzi. Insomma, già diversi anni fa ritenevo un cambio di guardia indispensabile per la sopravvivenza stessa della destra in particolare e del centrodestra in generale, non perchè, come potrebbe superficialmente supporre qualcuno, animato da arrivismo sfrenato, ma principalmente perché, dopo svariati decenni  perennemente sulla cresta dell’onda, il proprio meglio (o il peggio) lo si è dato. Un principio universale, che vale per la classe dirigente tout court. Peccato che alcuni dei cosiddetti “ex Colonnelli” si ostinino, come se nulla fosse, a pretendere la golden share sulla ricostruzione della destra: qualcuno spieghi loro che, in politica, l’usucapione non esiste!

Detto questo, come ho già avuto modo di affermare in svariate occasioni, ritengo che Franceso Storace faccia storia a sé e che non sia, quindi, in alcun modo assimilabile alla categoria di cui sopra, per il semplice fatto che, ad un certo punto, preso atto di una linea politica che non condivideva, abbandonò An per fondare La Destra rinunciando, così, ad incarichi di governo e seggi in Parlamento. Una condotta ammirevole.

Fu proprio la sua storia politica e personale, unita alle parole pronunciate nel corso del suo splendido intervento alla Conferenza Programmatica di Napoli, a convincermi di lasciare il Pdl – che ritenevo già finito – per aderire (convintamente) a La Destra, nel segno della costruzione di una destra nuova:

“Quì, sui contenuti, si gioca la partita della destra che manca: grazie a Marcello Veneziani per aver gettato il sasso nello stagno. A te, a Buttafuoco, a Sangiuliano e a tanti uomini di cultura di area chiedo di aiutarci a ricostruire. Ma una cosa nuova e non grigia. Noi non vogliamo mettere assieme cocci vecchi. Questo paese ha bisogno di una destra che metta da parte vecchi rancori ma non nel nome del volemose bene. Il prossimo tempo della destra italiana non dovrà riguardare noi che siamo stati i protagonisti, ma leaders giovani ai quali dobbiamo lasciare spazio.”

Ecco, ritengo che sia esattamente questo il tragitto da seguire per costruire sulle macerie lasciate da chi ci ha preceduti, nella consapevolezza che tentare di “mettere insieme i cocci vecchi”, sarebbe un’operazione di maquillage destinata a fallire miseramente.

A maggior ragione oggi, che il Pdl è stato definitivamente rottamato in ragione del ritorno a Forza Italia, e quindi al passato, credo vi sia ancora più spazio per una forza realmente innovativa, capace d’incarnare i valori della destra e, parallelamente, avendo la capacità di declinarli secondo le esigenze del nostro tempo.

Che senso avrebbe, infatti, una riproposizione di Alleanza Nazionale a vent’anni di distanza proprio nel periodo storico in cui è altissima, tra gl’italiani, la domanda di novità e cambiamento? Oltretutto, a prescindere dal giudizio personale che ognuno di noi nutre nei suoi confronti, a differenza di Forza Italia – che, sia pur acciaccato, il suo leader ce l’ha ancora – una eventuale Alleanza Nazionale Reloaded non potrebbe nemmeno contare su quel Gianfranco Fini che, per un decennio almeno, ne è stato la guida carismatica indiscussa.

Di tutt’altro stampo sarebbe, invece, un progetto di destra che, anzichè tentare di auto-ri-determinarsi partendo dai vertici, fosse in grado di mettere a frutto la lezione che il Pdl e Berlusconi non hanno voluto imparare, pagandone a caro prezzo le conseguenze. Si riparta da una fase costituente che coinvolga realmente e attivamente la base, si valorizzino i tanti think tank d’area, e si utlizzi quel meraviglioso mezzo che è la Rete in modo aperto e, quindi, attivo.

In un quadro siffatto, l’esperienza (in qualche caso assai preziosa) di coloro i quali ne hanno già fatto la storia, incornicerebbe a meraviglia la tela di una destra che rinasce sul terreno fertile di una classe dirigente nuova, pronta a misurarsi senza alcun timore con strumenti come le elezioni primarie, ad esempio.

Una destra finalmente pragmatica, che non si limiti alla politica degli annunci e degli slogan. Una destra inclusiva e radicata sul territorio, i cui assetti interni siano determinati dal basso, e non dalle imposizioni dei suoi vertici. Una destra finalmente libera dal complesso d’inferiorità e di subalternità in ragione del quale non sie è mai posta come il reale fulcro di tutto il centrodestra. Una destra che sia in grado d’immaginare un centrodestra nuovo ed alternativo al berlusconismo, anzichè accontentarsi di una modesta sopravvivenza alla sua ombra.

Una destra, cosa più importante, che sia realmente espressione del nostro tempo e che abbia, quindi, la capacità e la lungimiranza per pensare e costruire un’Italia da cui i nostri figli non debbano essere costretti a fuggire.

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