Wednesday 24th July 2019,
IL DESTRO // Idee che ti mettono al tappeto

Realtà diminuita

Realtà diminuita

di Alessandro Nardone – A volte dimentichiamo. Capita, sopratutto a chi, come noi, è costretto a vivere in una sorta di realtà diminuita, dove a trovare spazio sono le quotidiane baggianate partorite dagli attuali partiti di governo salvo, poi, relegare in soffitta ciò che accade nel Mondo.

Fatto sta che, mentre questa classe politica di zombie non trova niente di meglio da fare che accapigliarsi per legge elettorale e primarie che non si svolgeranno mai, forti venti di guerra sono inesorabilmente tornati ad alzarsi, incalzandoci ed inquietandoci,  anche perchè soffiano a due passi da casa nostra. Da alcuni giorni in Israele e nella striscia di Gaza e, da qualche mese, in tutta la Siria.

Qualcuno – mio modesto avviso troppo frettolosamente – s’illuse che la “primavera araba” e la penosa pagina dell’intervento in Libia fossero l’alba di una nuova stagione per i rapporti tra Europa e Paesi Arabi, nel segno di assetti geopolitici che, nel Mediterraneo, stavano cambiando pelle. Niente di più falso.

Infatti, insieme alla caduta delle dittature, si sono affermate forze che sostengono una concezione islamica dello Stato mettendo, così, in serio pericolo minoranze etniche e religiose. A questo dobbiamo aggiungere la spirale di repressione in cui è sprofondato un grande paese come la Siria dove, più o meno pubblicamente, vengono perpetrate le peggiori atrocità.

Fino ad arrivare in Terra Santa, dove la storia presenta periodicamente il conto della manifesta incapacità di tutte le potenze mondiali di porre fine al conflitto arabo-israeliano, un’agonia che si protrae da oltre sessant’anni e che vede, da una parte la popolazione d’Israele costretta a vivere la propria esistenza in uno stato di precarietà perenne, senza alcuna certezza sul proprio futuro e, dall’altra, il popolo palestinese che di certo ha soltanto la propria povertà, una guerra permanente e l’assenza di uno Stato di grado in grado di definirne l’identità e porre le basi per lo sviluppo.

Parliamoci chiaro, dovremmo tutti fare un minimo di autocritica, per esserci fatti cloroformizzare, per aver ceduto a quel quotidiano ed incessante processo di appiattimento delle coscienze sapientemente attuato da chi si è piegato ad un sistema di potere in cui, a dettare legge, non sono buon senso e bene comune ma, al contrario, gl’interessi di pochi ai danni di tanti.

In gran parte ci sono riusciti: ci hanno ridotti talmente in braghe di tela da renderci quasi incapaci di emozionarci e soffrire per le vittime che cadono straziate a centinaia.

Un diffuso senso d’impotenza figlio dell’ignavia delle grandi potenze che hanno in mano i destini dell’uomo ma che, a volte (dipende dalla convenienza), lasciano che questi si compiano senza muovere un dito, come se fossero una sorta d’inevitabile punizione che il fato ha beffardamente riservato a chi ha la sfortuna di esserne vittima: l’odio antiebraico del fondamentalismo islamico, l’oltranzismo altrettanto odioso di alcuni gruppi israeliani, l’inesistente volontà di accettare qualsivoglia compromesso che sia effettivamente risolutivo sul piano territoriale e politico di quella regione, nella prospettiva di una pace vera e, quindi, duratura.

Europa e Stati Uniti sono impegnati nell’impresa di risolvere una crisi di cui loro stessi sono gli artefici, mettendo a nudo il loro sostanziale fallimento politico, come se quello economico non bastasse.

Certo, se a loro vanno ascritte le colpe maggiori, non possiamo fare a meno di constatare che ne esistono anche di specifiche, e mi riferisco ai missili fatti incoscientemente piovere su Israele, ed alle repliche sproporzionate contro i palestinesi. Un’escalation di violenza nella quale si confondono le colpe delle due parti, inevitabilmente.

Il frutto di tutto questo non è altro che il dolore. Già, perché a pagare sono sempre gl’innocenti, chi non è in grado di difendersi, proprio come quei bambini che, all’alba del 2013, muoiono straziati più barbaramente che nel Medioevo, con l’unica differenza delle telecamere, attraverso le quali ci sbattono sotto agli occhi la fragilità dei loro corpi privi di vita, quasi che questo serva ad attivare quel momentaneo e collettivo senso di pietà in grado di farci sentire a posto con le nostre coscienze. Almeno fino al prossimo conflitto.

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